Vino sfuso, tra botti e damigiane

La vendita del vino in damigiana sui colli piacentini – come in altre zone d’Italia – è una tradizione con radici profonde, volevamo scoprire da quanto tempo esiste e da dove proviene, così siamo andati a fare una chiacchierata con Valentino Piacentini, titolare insieme ai figli Sara e Manuel dell’Azienda Vitivinicola Piacentini a Ziano Piacentino. Valentino, nato nel 1945 da una famiglia di viticoltori, ha vissuto da sempre nel mondo del vino e ci ha raccontato un’interessante e articolata storia di come veniva fatto e venduto il vino nei tempi andati…

Partiamo da tempi lontani, il secondo dopoguerra. Il vino era un alimento importante e veniva portato nelle città in grandi botti da osti che provvedevano alla messa in bottiglia oppure alla vendita del vino sfuso per il consumo giornaliero. A Piacenza esistevano osterie che vendevano fino a 1000 quintali di vino l’anno, una di quelle era l’Osteria Al Cambio di via Colombo.

Parte di questo vino veniva acquistato dai produttori nelle vallate e trasportato in città in botti di castagno, prima su carri trainati da buoi o cavalli e più avanti con i primi camion. Molti osti inoltre vinificavano direttamente nella cantina propria cantina con uve provenienti da vigne di parenti ed amici viticoltori. Questi vini del secondo dopoguerra erano vini a bassa gradazione alcolica, il rosso faceva la parte del leone infatti i bianchi venivano serviti solamente di mattina, come bevanda per accompagnare la seconda (rubusta) colazione mentre nel corso della giornata si beveva solo vino rosso: a pasto, a merenda, la sera.

Con l’arrivo del boom economico dei primi anni Sessanta il vino diventa un bene di consumo famigliare. Iniziano a diffondersi le automobili e le famiglie hanno la possibilità, anche economica, di fare la scorta di vino per tutto l’anno comprandolo direttamente dai produttori (non più dagli osti nelle città) appena fatto. Ecco che arriva l’epoca della damigiana: la gita sui colli ad acquistare il vino direttamente dal produttore e il lavoro dell’imbottigliamento casalingo. Parliamo sempre di vini semplici, a bassa gradazione, ma consumati in grandi quantità. Non era raro che una famiglia consumasse un paio di damigiame il mese, era l’unica bevanda alternativa all’acqua se si esclude la gazzosa, le bibite oggi tanto diffuse erano riservate a poche persone sia per il costo che per la poca diffusione.

La qualità del vino non era male, era un prodotto genuino, anche se qualche problema poteva essere generato da pratiche di imbottigliamento non proprio corrette. Bottiglie non perfettamente linde, chiusure approssimative (il sughero è sempre costato molto), ambienti di conservazione non proprio idonei. Il consumo del vino sfuso crebbe sino agli anni 80, per poi ridursi gradatamente nel corso del decennio e sopravvivere fino ad oggi in quantità abbastanza limitate. I motivi della perdita di questa abitudine sono vari, primo tra tutti l’arrivo della grande distribuzione nelle città e dei grandi imbottigliatori che hanno potuto offrire un prodotto economico già imbottigliato che le famiglie potevano acquistare facilmente e senza grandi investimenti vicino a casa.

Dalla metà degli anni 80 anche la cultura del vino si è trasformata radicalmente: per molte persone e soprattutto per i giovani oggi il vino non è più un alimento quotidiano (sono poche le persone che bevono sempre vino a pasto o come accadeva prima anche fuori pasto) ma una bevanda per occasioni particolari. Questa trasformazione del ruolo del vino nell’alimentazione italiana è andata di pari passo con un mutamento della qualità dei vini. I vini di oggi sono più alcolici e più concentrati, questo innalzamento della qualità è dovuto a diversi fattori: il miglioramento delle modalità di conduzione dei vigneti, i cambiamenti climatici che hanno facilitato la maturazione delle uve e portato a vendemmie più precoci, l’introduzione di pratiche di cantina nuove.

La diffusione del vino in bottiglia d’altra parte ha fatto si che nei vini venduti sfusi finissero uve non proprio di alta qualità; questa è una una delle concause del tramontare della tradizione dell’imbottigliamento casalingo. Oggi, con la crisi economica, il vino sfuso si è riappropriato della propria dignità: le bottiglie di vino per il consumo quotidiano sono comunque costose e la damigiana riesce ad offrire un rapporto qualità prezzo migliore ed un vino magari si più rustico ma decisamente meno lavorato in cantina. Nelle migliori aziende troviamo vini decisamente buoni e schietti, con meno additivi di quelli in vetro destinati alla grande distribuzione o al consumo nei bar e ristoranti di fascia bassa che richiedono un prodotto standard, omologato senza residui sul fondo della bottiglia. Inoltre non è più vero che sempre nel vino venduto sfuso finiscono i vini ottenuti da uve peggiori o che questi vini vengano lavorati peggio, sono solamente vini con caratteristiche diverse. Oggi, acquistando vino in damigiana con un minimo di attenzione e una bella dose di passione, si possono avere in tavola vini decisamente buoni e sani oltre che convenienti dal punto di vista economico. Convenienti ho scritto il che non vuole dire a prezzo stracciato, se trovate vino ad un euro il litro lasciate perdere, inbottigliereste robaccia. Spendendo il doppio o poco più potrete portare a casa dell’ottimo vino quotidiano. Sempre che abbiate voglia e tempo per fare con accortezza l’imbottigliamento e disponiate della cantina adatta alla conservazione.