Torre Fornello, il territorio interpretato da Enrico Sgorbati

Negli anni abbiamo visto Enrico Sgorbati definire sempre più nitidamente la linea stilistica dei propri vini e della propria azienda vitivinicola Torre Fornello che sorge sulle colline di Ziano Piacentino in Val Tidone. Due sono gli aspetti del lavoro che hanno trovato sempre più spazio: la vinificazione degli spumanti e la creazione di una linea di vini da agricoltura biologica. Abbiamo chiesto ad Enrico Sgorbati di raccontarci le ragioni che hanno orientato le sue scelte e lo hanno portato qui.

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Enrico Sgorbati: Col tempo, seguendo l’evoluzione dei vini e facendo molte prove, ho ho capito che nella mia azienda i bianchi hanno una potenzialità alta, così ho voluto dare più spazio a questi vini. Seguendo in parte i miei gusti personali e in parte cercando di raccogliere quello che i miei terreni mi suggerivano, ho iniziato a lavorare sugli spumanti. Ora produco 3 diversi spumanti tutti con metodo classico, circa 3.300 bottiglie di ognuno. Pensavo di potere aumentare la produzione dopo qualche anno, ma se per me è molto facile venderli a Piacenza dove i ristoratori servono con piacere uno spumante piacentino, è invece molto difficile fuori dalla provincia dove i ristoratori vogliono tutti il Franciacorta. Perciò per il momento la mia produzione rimane questa.

torrefornello-azienda-panoramaUn produttore di vino oggi deve essere un agricoltore, cioè deve fare il vino personalmente, con le proprie mani, conoscere e vivere sulla propria pelle tutti i passaggi produttivi, solo così si può essere capaci di capire profondamente il proprio vino e poi di raccontarlo. Ma al tempo stesso occorre essere imprenditori perché bisogna guardare avanti e prendere decisioni sul proprio lavoro che guardino avanti almeno di cinque anni. Oggi ad esempio stiamo mettendo in vendita l’Enrico Primo 2007. Penso che il mercato dei vini spumanti sia in crescita, i bevitori di oggi amano questa tipologia per varie ragioni, non ultima la bassa gradazione. Ma i Colli Piacentini non vantano una storia e non sono riconosciuti come zona di produzione di spumanti, quindi è molto difficile…

Redazione: Quali sono i tuoi tre diversi spumanti?

Enrico Sgorbati: Olubra è un uvaggio di Marsanne (90%) e Malvasia di Candia aromatica (20%) ho scelto di raccogliere le uve contemporaneamente e di pigiarle insieme per mantenere la buona acidità della Malvasia e dare così una personalità più forte al vino. La Malvasia viene dallo stesso vigneto da cui otteniamo il Donna Luigia.

Redazione: Uno spumante quindi assolutamente territoriale…

Enrico Sgorbati: Assolutamente. Mentre per gli altri due ho lavorato su vitigni internazionali: Enrico Primo dal 2006 è uno spumante fatto con l’85% di Chardonnay e un 15% di Pinot nero, prima era il contrario, ma per perdere il colorito rosato dovevamo sempre effettuare delle chiarifiche, così ho deciso di invertire le proporzioni e fare questo spumante bianco e di mantenere invece il caratteristico colore rosato per uno spumante pas dosé il Pinot Rosé Brut. In questo spumante il Pinot nero fa la parte del leone (85%) accompagnato dallo Chardonnay per un 15%.

Redazione: Facevi anche uno spumante di Ortrugo, non lo proponi più?

Enrico Sgorbati: Questi tre spumanti su cui, almeno per ora, mi sono fermato sono il frutto di molte prove di vinificazione che ho fatto, sono fatti tutti e tre con metodo classico, lo spumante di Ortrugo che facevo era un metodo charmat e non mi dava soddisfazione: per me lo spumante non può che essere metodo classico, la lunga permanenza sui lieviti l’arricchisce. Non voglio seguire le mode o rincorrere il mercato, sto facendo con convizione quello che mi piace.

Prima avevo molta paura di sbagliare, ora ho capito che se faccio i vini che piacciono a me riesco a comunicarli meglio e poi il mercato del vino è molto vasto, troverò le persone a cui piacciono i vini che faccio.

Redazione: Un’altro cambiamento nel tuo lavoro riguarda le vigne: alcuni anni fa hai deciso di orientare una parte dei tuoi vigneti all’agricoltura biologica, cosa ti ha indotto a farlo?

Enrico Sgorbati: Faccio lotta integrata dal 1992 nei miei vigneti, penso di essere stato uno dei primi ad applicarla ma devo dire che l’idea di passare al biologico è nata quasi per caso: per varie ragioni abbiamo tralasciato una parte dei vigneti, quelli meglio esposti, durante i trattamenti e ho visto che non c’erano problemi. Così abbiamo cominciato ad osservare i vigneti e i loro comportamenti, abbiamo scelto le vigne più adatte e avviamo iniziato a lavorare in biologico 13 ettari. Dopo tre anni in conversione questa è la prima vendemmia in cui abbiamo raccolto uva ufficialmente biologica.

Redazione: Non hai mai pensato di convertire tutti i vigneti a biologico?

Enrico Sgorbati: Complessivamente lavoro 60 ettari, utilizzando solo il biologico bisogna essere molto tempestivi nei trattamenti e intervenire frequentemente, ora come ora non riuscirei a seguirne più di così, ma per il futuro non si sa mai! Già in cantina potrei considerarmi biologico su tutti i vini che produco secondo le indicazioni date dall’ente certificatore (sappiamo che non esiste una certificazione del vino biologico, ma solo dell’uva).

Con l’uva dei vigneti bio produco tre vini: Una, la malvasia ferma nata da un progetto con Roberto del Ristorante la Palta, Nero Lucido, un pinot nero in purezza che produco come private label per un ristorante italiano a Londra, e il taglio bordolese Zu messo in bottiglia senza solfiti e venduto in annata. Per me poter dare un prodotto il più possibile sano e pulito è importante, ma mi fa anche molto piacere poter apporre il bollino bio in etichetta, non tanto per motivi commerciali (sono vini che produco in quantità modiche) ma soprattutto perché quando una persona lo beve possa provare il piacere di fare qualcosa per se stessa.

Per saperne di più su Torre Fornello e i suoi vini