Siamo Emiliani o Caporali? Un articolo di Giancarlo Spezia sull’identità territoriale piacentina

Il voto del Parlamento sull’abolizione di alcune province italiane, tra cui quella di Piacenza, ha aperto sul territorio un grande e importante dibattito sull’identità piacentina. Il quotidiano locale, la Libertà, ha dato grande spazio al confronto a questo argomento: gli attuali amministratori provinciali spingono verso un’annessione alle provincie lombarde per un’evidente affinità partitica con gli amministratori di alcune provincie lombarde, qualcuno è persino arrivato ad ipotizzare una provincia alpina di cui a buon diritto andrebbe a far parte Piacenza… Più realisticamente si è anche parlato della creazione di una grande provincia Emiliana che vada da Piacenza a Modena riunificando così quel “territorio del gusto” che ha tanto in comune. Riprendiamo qui il bell’articolo di Giancarlo Spezia pubblicato su Libertà il 5 agosto 2012 che con grande sensibilità riporta la discussione a una questione di identità territoriale e di tradizioni diffuse. E poiché gli uomini hanno sempre mangiato, le tradizioni alimentari e gastronomiche raccontano una storia molto importante. A voi la piacevole lettura…

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Siamo Emiliani o Caporali? Articolo di Giancarlo Spezia

Non ci sono dubbi: rinnegare le proprie origini in un paese modaiolo come l’Italia è uno sport nazionale e i Piacentini non perdono l’occasione per confermare questo assunto. La scomparsa della Provincia era da tempo annunciata e credo che a poco serviranno le pur legittime azioni di contrasto a questa ormai imminente disposizione.

Mi sono stupito, ma non avrei dovuto, quando alcuni hanno ventilato una annessione a Lodi e l’entrata in Lombardia. Io non ci avrei pensato neppure un istante, ma ahimè non sono un modaiolo e questo volo pindarico non mi sarebbe mai appartenuto.

Malgrado abbia passato alcuni dei migliori anni della mia vita a Milano, dove il Politecnico mi ha forgiato, io mi sono sempre sentito Emiliano sino al midollo.

Ma non si tratta solo di un fatuo idealismo. Siamo diversi. I confini caduti con l’unità d’Italia oltre centocinquanta anni fa in un certo senso esistono ancora. Basta percorrere alcuni chilometri o attraversare un ponte per ritrovare la stessa lingua ma con accento e cadenza diversi, abitudini differenti, ma la cosa che distingue ancora maggiormente questi confini è la tradizione del cibo, quello attorno al quale la famiglia fortunatamente ancora oggi si riunisce e comunica.

Così risalendo la Valtidone all’improvviso all’altezza della diga del Molato entrerete in quello che fu l’Antico Piemonte e non ritroverete più i tortelli, sostituiti da più anonimi e disdicevoli ravioli a base di carne, come attraversando il Po troverete sapori agrodolci che non ci appartengono (per esempio nei tortelli cremaschi con amaretto sbriciolato nel ripieno).

Ma in realtà a fare la differenza non è la mancanza di un solo piatto particolare, quanto un gusto diffuso e complessivo che ci distingue dai Lombardi come dagli Antichi Piemontesi collocati nell’attuale Oltrepò Pavese.

Nulla mi parrebbe più logico allora di affermare la nostra indole, resistendo alle lusinghe della industrializzata e ricca Lombardia.

Proprio per le nostre grandi potenzialità in gran parte inespresse nel settore dell’agroalimentare di qualità sarebbe opportuna una ancora più stretta unione con le altre provincie emiliane, che più di noi hanno peraltro dimostrato grandi capacità di comunicare e valorizzare i propri prodotti di punta, per esempio Prosciutto di Parma, Culatello di Zibello, Parmigiano Reggiano, Lambrusco di Sorbara, Aceto Balsamico Tradizionale. Questi nomi sono ormai noti, riconosciuti e rispettati (e cosa che conta più di tutte acquistati) in tutto il mondo e lo stesso purtroppo non si può certo dire, a dispetto degli sforzi del nostro consorzio di tutela dei salumi tipici, di Coppa Piacentina, Pancetta, Salame, Mariola o Tortelli con la Coda. Peraltro oltre ai consorzi di tutela anche singole imprese come la Barilla hanno dimostrato l’immenso potenziale economico costituito dal prodotto agroalimentare. Teniamo conto che molti nostri prodotti non andrebbero in concorrenza con quelli dei cugini emiliani ma li potrebbero accompagnare in una offerta complessiva particolarmente ricca ed accattivante. Sarebbe ora che la Regione prendesse atto del grande potenziale delle proprie eccellenze agroalimentari e coordinasse le azioni dei consorzi di tutela che oggi si muovono autonomamente.

In Lombardia cosa potremmo trovare di affine alle nostre risorse, che possa darci qualche vantaggio futuro? Sinceramente, pur essendomi interrogato a lungo, non sono riuscito a trovare una risposta a questa domanda. Mi sembra una di quelle scelte fatte sulla scorta di qualche opportunità immediata, sopratutto di natura politica, ma che penalizza pesantemente il nostro futuro. Mi sovviene un esempio che porto spesso: all’inizio del Novecento i Della Gherardesca, la potentissima famiglia toscana eternata da Dante in un cantico dell’Inferno tra più celebri (il 33°, quello dedicato al Conte Ugolino), lasciarono in eredità al figlio che si intendeva privilegiare grandi appezzamenti boschivi perché la legna era allora considerata grande fonte di ricchezza, mentre le zone di pianura limitrofe al mare nella zona di Bolgheri furono destinate alla figlia. Oggi i boschi non valgono nulla mentre da quelle piane un tempo assimilate al basso lavoro della terra arrivano alcuni dei vini più costosi d’Italia e i loro nomi (Sassicaia, Ornellaia, Guado al Tasso) sono celebrati in ogni angolo del pianeta. Un vantaggio economico immediato alla lunga ha determinato la decadenza del ramo della famiglia che si intendeva favorire. Quale insegnamento trarne? Occorre fare passi in linea con la propria natura e con la propria attitudine al lavoro, perché sono gli unici coerenti a lungo termine e ci consentono di trarre vantaggio da una tradizione che deve essere considerata un grande patrimonio da tutelare e valorizzare.

Facciamo in modo quindi di non vedere solo gli aspetti negativi di questa forzata annessione ad altri territori, e cerchiamo di entrare in quel meccanismo virtuoso che per esempio i cugini parmensi hanno ottimamente messo a punto valorizzando la propria agricoltura (assolutamente complementare alla nostra), rendendola adatta alla sfida futura del mercato globale.

Quanto ai politici che tanto anelano a divenire lombardi li inviterei con tutto il cuore a realizzare il proprio sogno trasferendo la loro residenza a Milano o in Brianza dove potranno adeguatamente festeggiare con una bella cotoletta alla milanese: io però preferisco i tortelli.

Giancarlo Spezia

2 comments to Siamo Emiliani o Caporali? Un articolo di Giancarlo Spezia sull’identità territoriale piacentina

  • Francesco Iacono (http://www NULL.facebook NULL.com/Franz59?v=feed)

    Vengo da Genova, ma anche dal Sud napoletano e a Piacenza ho studiato e lavorato per 12 anni circa. Poi Trentino e adesso Lombardia (Franciacorta). Tutte questi miei spostamenti, oltre alla profonda amicizia con l’Ing. Giancarlo Spezia, mi fanno sentire coinvolto in questa discussione. Non mi sarei meravigliato, se solo la Liguria fosse economicamente forte come negli anni 60, che non si fosse parlato anche di annessione con il mare viste le colleganze che il fiume Trebbia ha creato e crea tuttora fra piacentini e liguri (Genova, Chiavari, Rapallo ecc). Sono d’accordo con Giancarlo: Piacenza sa di Emilia, nel gusto e nel pensiero, anche se di confine. Parlare di gusto, di enogastronomia, di economia del territorio, in questi periodi può sembrare anacronistico mentre invece si tratta di un pensiero radicalmente rivolto al futuro di chi ama e RISPETTA le sue terre. Grazie Giancarlo. Francesco

  • Giancarlo Spezia

    Grazie Francesco del tuo commento, che coglie perfettamente il significato del mio messaggio. Le indstrie si spostano mentre la terra rimane dov’é, costituendo l’unica ricchezza che nessuno ci può togliere, a patto di rispettarla e valorizzarla, cosa che i Piacentini non sempre hanno saputo fare e che i politici ignorano totalmente.
    Giancarlo