La salvaguardia delle varietà di Ortrugo pre-clone

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Riprendiamo il discorso da là dove l’avevamo lasciato, con quel produttore che diceva che “per fare un grande dolcetto bisogna partire da un vigneto che contenga almeno 15 varietà di uva dolcetto.” L’Ortrugo è l’unico vitigno in Italia che ha dato il proprio nome a una denominazione d’orgine, un passaggio davvero importante per il nostro territorio che potrebbe segnare l’inizio di una valorizzazione non solo burocratica o commerciale, ma anche produttiva di questo vitigno.

L’Ortrugo è stato riscoperto all’inizio degli anni Settanta e da allora l’Università di Piacenza ha compiuto importanti ricerche arrivando anche a selezionare due cloni che vengono oggi commercializzati dai Vivai Rauscedo accanto a quello creato da loro. L’impianto di vigneti di Ortrugo basati su una selezione clonale è quindi molto recente e questo ci permette di osservare ancora sul territorio piacentino vigneti impiantati con barbatelle selezionate da diverse piante in diversi territori (quella che in gergo tecnico si chiama selezione massale).

Abbiamo parlato di questo con Chiara Azzali della Tenuta Pernice, una delle produttrici piacentine più affezionate all’Ortrugo.

tenuta-pernice-gruppoNella nostra azienda – racconta Chiara Azzali – abbiamo impiantato Ortrugo a più riprese. Il vigneto più vecchio è stato impiantato nel 1980, seguono impianti fatti nel 1989, nel 1992 e nel 2005. Sono vigneti molto diversi tra loro non solo per le tipologie di impianti, ma come caratteristiche delle piante e dei grappoli. Il vigneto del 1980 non è certo stato fatto seguendo le indicazioni attuali sulla produzione di qualità, ma al suo interno si possono notare differenze tra pianta e pianta. Differenze che scompaiono nel vigneto impiantato nel 2005.

Nell’arco di 30 anni le piante di Ortrugo sono cambiate molto e si sono perdute la varietà e le differenze che prima venivano preservate ad ogni nuovo impianto. Se allarghiamo lo sguardo all’intera vallata e all’intera provincia sono certa che troveremmo ancora molta varietà.”

E’ vero. Ma i vigneti sui Colli Piacentini vengono estirpati e reimpiantati in media ogni 25 anni, è quindi probabile che nei prossimi anni quei vigneti che oggi conservano il patrimonio varietale dell’Ortrugo saranno sostiuiti da nuovi impianti fatti con barbatelle a selezione clonale e non sarà più possibile recupare le numerose varietà di Ortrugo.

“Sarebbe divertente, non so se utile o vantaggioso, ma sicuramente divertente – riprende Chiara Azzali con un sorriso – che un gruppo di produttori della Val Tidone (culla dell’Ortrugo) creasse un campo di riproduzione di alcune uve, tra cui gli Ortrugo e le Malvasie, ma anche vitigni meno diffusi, scegliendo le piante dai propri vigneti pre-clone. Sarebbe un modo per conoscere meglio le nostre uve. Per me il bello del mio lavoro è vedere il ciclo chiudersi: campagna, cantina, commercializzazione e per finire anche bere il vino. Ma nella vita di un agricoltore ora manca quel pezzo lì, la riproduzione della pianta. E’ un sapere che non abbiamo più. Prima era normale per un vignaiolo fare un innesto, vorrei sapere quanti lo sanno fare oggi. Con questo non intendo dire che ogni viticoltore dovrebbe farsi i propri impianti, solo che ci potremmo ritagliare un ambito in cui sviluppare le curiosità di noi viticoltori e imparare qualcosa di nuovo e di antico al tempo stesso.”

Sarebbe possibile per ogni produttore nel momento in cui viene fatto un impianto nuovo scegliere nei propri vigneti il materiale vegetale, ovvero le piante che meglio si sono adattate al terroir e che più rispondono agli obiettivi produttivi dell’azienda, portarlo al vivaista, farlo riprodurre e utilizzare queste barbatelle per i propri impianti. Il dott. Bordone, dei Vivai Rauscedo, ci ha raccontato che il clone da garanzie sanitarie mentre la selezione massale no ma ci ha anche confermato che “l’Ortrugo è una varietà piuttosto sana e molto uniforme a livello varietale e quando la varietà è sana l’azienda può portarci il materiale per essere moltiplicato. Potrebbe essere un vantaggio perché da origine a un prodotto più completo da un punto di vista enologico”.

Gli spunti sono davvero tanti e tante le strade che si possono creare e percorrere senza essere obbligati a sceglierne una e soltanto una. Quella che Chiara Azzali propone a titolo di esperienza potrebbe rivelarsi in futuro davvero molto interessante, perché non percorrerla senza dall’altro lato abbandonare ovviamente la ricerca scientifica sui cloni?

Abbiamo preso ad esempio l’Ortrugo, ma lo stesso discorso può ovviamente essere esteso agli altri vitigni presenti sui Colli Piacentini.