Infernotto, per il vino di Mossi tornano le antiche tradizioni…

mossi-etichetta-infernottoInfernotto… che strano nome per un vino… e quel diavolaccio meditabondo che ci guarda di sottecchi dall’etichetta… Certo che guardando questa bottiglia dell’azienda vitivinicola Mossi un po’ di curiosità viene suscitata!!

E così siamo andati da Luigi Mossi a farci raccontare la storia di questa etichetta e di questo vino. Iniziamo dal vino: si tratta di un uvaggio di Barbera, Bonarda, Pinot Nero e Cabernet, raccogliendo solo il grappolo che cresce sullo sperone della pianta. Si tratta quindi di un vino per cui le uve sono estremamente selezionate. Vengono raccolte a maturazione completa e, dopo una prima rapida e incompleta fermentazione alcolica di ciascuna uva, tutte le uve divengono vino insieme. In questo modo il vino che se ne ottiene è veramente un uvaggio armonico.

Torniamo all’etichetta ed ecco svelato l’arcano: la parola infernotto veniva usata nei castelli e nelle cascine agricole piemontesi per definire un buco che veniva scavato nelle cantine e dove veniva stoccato il vino più pregiato di una certa annata per lasciarlo invecchiare e affinare per 4 o 5 anni in bottiglia senza fretta e nelle migliori condizioni possibili, sottoterra.

Il sig. Mossi ha scoperto l’esistenza di questa tradizione un po’ per caso parlando con le persone in giro e ha deciso di dedicare a questa tradizione il suo vino pregiato… ma l’omaggio non si limita al nome, infatti nelle cantine antiche dell’azienda agricola Mossi è stato trovato un buco scavato nella terra proprio come quell’infernotto piemontese di cui si parlava. Si trattava probabilmente di un cantinino, ma era /ed è) il luogo ideale dove lasciare riposare questo vino per anni.

Giù nell’infernotto piacentino, il vino matura per cinque anni ad una temperatura più stabile e protetto da vibrazioni e rumori, queste particolari condizioni consento al vino di invecchiare meno raggiungendo una maturazione davvero ottimale.