Il Vinsanto di Vigoleno, un antico vino piacentino

Un articolo di Vittorio Barbieri che ci presenta il Vinsanto di Vigoleno, questo antico vino dei colli piacentini. Una delle più piccole doc d’Italia per un vino estremamente particolare ed estremamente pregiato che si può produrre solo in questo piccolo comune della Val d’Arda

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grappolo di uva Santa Maria, uno dei vitigni del Vinsanto di Vigoleno

Se il Vin Santo per antonomasia è toscano, non bisogna dimenticare che altre regioni italiane vantano tradizioni radicate, ma meno conosciute, per questa tipologia di vino: Trentino, Umbria, Marche, Veneto, Liguria ed Emilia Romagna. Addentrandoci nell’ambito emiliano, i Colli Piacentini si stanno segnalando come zona emergente per la produzione di vini dolci in generale, grazie ad alcuni notevoli Malvasia passiti, ma anche a Vin Santi di livello nazionale prodotti sulle colline di Albarola e di Vigoleno da quasi due secoli.

In particolare nei dintorni di Vigoleno (il borgo fortificato medievale posto ai confini orientali della provincia, sul crinale che separa la Val d’Ongina dalla Val Stirone, in comune di Vernasca) si trova un’area in cui diversi produttori, solo in parte aderenti alla d.o.c. Colli Piacentini Vin Santo di Vigoleno istituita nel 1996, condividono una tecnica di produzione tramandata di padre in figlio da generazioni.

Le prime testimonianze storiche risalgono al 1826 e ci parlano di un vino fin da allora particolarmente pregiato e costoso. Il Vin Santo di Vigoleno, dopo aver rischiato l’estinzione, continua ad essere prodotto con tecniche simili a quelle ottocentesche, salvo qualche inevitabile e necessario adeguamento (come l’utilizzo, da parte di alcuni produttori, di piani di acciaio inox per appassire le uve e una maggiore attenzione nella scelta e nella manutenzione delle botti).

I migliori grappoli di santa maria e melara (uve rare diffuse soltanto in alcuni areali della Val d’Arda) vengono raccolti in ceste di vimini o cassette di legno, quindi trasportate delicatamente nei solai, dove vengono lasciate appassire fino alla prima metà di dicembre. C’è chi appende ancora i grappoli alle travi del soffitto, ma la maggior parte dei produttori ricorre oggi alla meno laboriosa sistemazione su graticci, piani a castello o cassette di legno. La torchiatura viene effettuata con torchi verticali dai quali si ottiene un mosto densissimo e concentrato che impiega anni a fermentare nelle botticelle di rovere. La fase di fermentazione-affinamento ha una durata minima, prevista dal disciplinare, di 5 anni, ma in certi casi può durare fino a 8 anni; in genere vengono utilizzate 5 (o suoi multipli) botticelle, una per ciascun anno di invecchiamento e si fanno uno o due travasi all’anno. Con i vari travasi il vino passa da botti da 250-300 litri di capacità a botticelle da 100-150 litri a causa delle perdite di volume da un anno all’altro per evaporazione; le perdite di vino non vengono colmate e ciò permette di concentrare particolarmente il prodotto. La resa finale in vino dall’uva fresca è del 15-20%, ciò vuol dire che per produrre un quintale di Vin Santo ne servono circa 5 di uva fresca, una resa bassissima.

Questo processo produttivo permette di ottenere un vino ambrato scuro, con intensi profumi di frutta candita e miele, mallo di noce e tamarindo, zabaione e crema pasticcera ed una bocca dolce, grassa, cremosa e opulenta. E’ un vino estremo e complesso, di grande fascino e piacevolezza, giocato più sulla potenza e sull’impatto che sull’eleganza e l’equilibrio, su una sorta di rustica suadenza e sontuosità che non impedisce, tuttavia, di renderne la beva alquanto seducente e piacevole.

La produzione annua oscilla mediamente tra i 12 e i 13 ettolitri (circa 2.500 bottiglie da mezzo litro), divisa tra i 6 produttori attualmente iscritti alla d.o.c., quantitativo ormai insufficiente per assecondare una domanda di mercato crescente per queste tipologie di vino; per prodotti, cioè, morbidi, piacevoli e concentrati, frutto di radicate tradizioni locali (che incarnano dunque lo spirito, l’identità di un territorio) e che rientrano nella categoria delle “curiosità” enologiche.

IL DISCIPLINARE DI PRODUZIONE

Il Vin Santo di Vigoleno prevede l’utilizzo dei vitigni marsanne e/o bervedino e/o ortrugo e/o trebbiano romagnolo e/o sauvignon per un minimo del 60%, mentre il rimanente può provenire da uve bianche non aromatiche (sono escluse quindi la malvasia bianca di Candia aromatica ed il moscato bianco) raccomandate e/o autorizzate in provincia di Piacenza. Come detto i produttori tendono a privilegiare uve non citate esplicitamente dal disciplinare (ma comunque ammesse), ovvero santa maria e melara.

Le uve devono provenire da parte del territorio amministrativo del comune di Vernasca, mentre le operazioni successive possono avvenire in un territorio più ampio, ma sempre all’interno dei confini di Vernasca.

La torchiatura delle uve può avvenire soltanto dopo il 1° dicembre dell’anno della vendemmia, mentre l’invecchiamento minimo è di 60 mesi, trascorsi i quali il vino può essere imbottigliato nelle caratteristiche bottiglie “renane”. La gradazione alcolica totale minima è del 18%, ma si supera agevolmente il 24-25%, arrivando a punte di 28-29% di gradazione complessiva (alcol più zuccheri residui).