Il Piano di Sviluppo Rurale per progettare l’agricoltura del futuro. Intervista con Mario Spezia

Alla fine del 2007 è stato presentato il Piano di Sviluppo Rurale della Provincia di Piacenza che vale per gli anni 2008-2013. Si tratta di un corposo documento con il quale la provincia di Piacenza, come le altre province dell’Emilia Romagna, cerca di dare forma all’agricoltura del proprio territorio e di essere lungimirante, utilizzando fondi europei per favorire lo sviluppo economico delle zone rurali preservando il carattere agricolo di queste terre.

Per saperne di più sul Piano di Sviluppo Rurale e soprattutto dell’impatto che questo può avere sul comparto vino in provincia di Piacenza abbiamo incontrato Mario Spezia, assessore provinciale all’agricoltura.

Cos’è e come nasce il Piano di Sviluppo Rurale?
E’ uno strumento di lavoro, è la visione dell’agricoltura di domani accompagnata dai giusti supporti finanziari. Vengo da una scuola che mi ha insegnato come la vera politica sia la programmazione, solo con la programmazione si può costruire la società di domani. La Regione Emilia Romagna, in attuazione delle normative europee, ha creato un proprio Programma di sviluppo rurale per gli anni 2007-2013 e ha demandato alle singole province la creazione di piani pensati sui singoli territori. Per noi è stata una grande occasione.

Con il Piano di Sviluppo Rurale in che direzione intendete spingere lo sviluppo del nostro territorio?
Bisogna fare una premessa: nella provincia di Piacenza l’agricoltura è un settore estremamente importante. Come si sa, il settore è in calo in tutta Italia, ma in provincia di Piacenza si è ridotto molto meno che nel resto del paese. Qui nei secoli si è sviluppata la capacità di produrre di tutto, abbiamo una produzione agricola molto varia ed una ricchezza territoriale infinita. Bisogna quindi preservare questa ruralità incentivando lo sviluppo economico. Occorre far crescere le capacità degli agricoltori di stare sul mercato producendo quello che si vende e tenendo collegato il produttore con il consumatore. Per questo sono importanti i progetti di filiera.

Si parla spesso dell’importanza dell’agricoltura per la conservazione del territorio, soprattutto nelle zone montane dove è maggiore l’abbandono da parte degli abitanti. Con il Piano di Sviluppo Rurale intendete favorire l’agricoltura di montagna?
L’agricoltura di montagna è sicuramente importante, ma con questo piano non vogliamo privilegiarla: la montagna diventa un priorità solo a parità di condizioni, ovvero se vengono presentati progetti da parte dei soggetti che lì operano. I prodotti di montagna hanno un grande valore, tutti li cercano, ma perché non riescono a vendere? Perché mancano la comunicazione e la distribuzione. Occorre una nuova classe imprenditoriale capace di creare una filiera dal produttore al consumatore finale, per questo i finanziamenti previsti dal Piano di Sviluppo Rurale premiano chi presenta progetti di filiera, cioè chi ha già degli accordi di filiera e un progetto che può essere realizzato con i fondi pubblici.

Il comparto vino per la provincia di Piacenza è molto importante, in che modo il Piano di Sviluppo Rurale lo prende in considerazione?
E’ una delle priorità per le produzioni agricole di collina.

Viene premiata una produzione di qualità?
Non necessariamente, mi spiego: premiamo quei progetti aziendali che stanno in piedi economicamente, quindi se un soggetto presenta un progetto che verte sulla produzione di qualità verrà premiato, ma solo nella misura in cui il progetto è sensato economicamente. Certo che se oggi il mercato richiede produzioni di qualità sarà più probabile che reggano anche dal punto di vista economico progetti che considerano questo aspetto. Ovviamente le produzioni tipiche sono prioritarie, ma ci sono anche altri fattori che per noi hanno un valore maggiore: progetti presentati da giovani o progetti di primo insediamento, progetti presentati da donne e appunto progetti di carattere territoriale e settoriale. Ma questi aspetti devono sempre essere un “in più” la base resta la presentazione di progetti che stanno in piedi economicamente.

E’ inoltre importante riuscire a fare gruppo, lavorare in associazione, il meccanismo della filiera è già di per se un meccanismo che premia le aggregazioni verticali: se produci un prodotto devi avere capacità di vendita. Questo non vuol dire creare le cantine sociali, ma ad esempio – continuando a parlare di vino – proporre progetti tipo quello realizzato dall’Associazione Vitivinicoltori della Val Chiavenna. L’aiuto pubblico serve per superare un punto critico o un punto debole. Ad esempio nella filiera del grano il punto debole è il deposito del grano…

Come vede lei il comparto vitivinicolo in Provincia di Piacenza e in che modo la Provincia, attraverso il PSR potrebbe o vorrebbe intervenire per lo sviluppo di questo settore?
Il sistema del vino per il nostro territorio è importantissimo, è il nostro biglietto da visita, ma come intervenire? L’Ente Pubblico deve seguire gli imprenditori agricoli. Di progetti noi ne facciamo fin troppi, ma dobbiamo imparare invece a invertire la tendenza: i progetti devono venire dagli imprenditori, ma perché questo avvenga abbiamo bisogno del passaggio dall’agricoltore all’imprenditore agricolo. La montagna è un esempio deflagrante: perché è finita come è finita? Perché i progetti sono sempre partiti dall’alto e sono stati stanziati finanziamenti enormi per progetti che poi nessuno ha realizzato. Bisogna cambiare.

A Piacenza serve un Consorzio Vini che funziona. Se non funziona chi si tira dietro tutto il comparto? E’ un disastro che non ci siano i produttori, che non esista un interlocutore importante che porti la voce di tutti i produttori vitivinicoli della provincia! Chi è il nostro interlocutore? Bisogna trovare una soluzione, bisogna trovare un interlocutore che funzioni.

Nel nostro territorio abbiamo situazioni molto divere tra loro: se vado a Donceto, per esempio, ci sono 11 aziende viticole, ma nessuno che trasforma l’uva in proprio, vendono tutti l’uva a Bonelli. A Bobbio stanno chiudendo tutte le cantine: lì c’è turismo e bisognerebbe approfittare per vendere direttamente i propri prodotti. La Val Nure invece negli ultimi anni ha fatto faville. In Val d’Arda, a parte qualche eccezione, abbiamo una vitivinicoltura arretrata, che non si è più sviluppata negli ultimi anni.

Ma non bisogna creare un nuovo soggetto, non si può continuare a creare soggetti e associazioni nuovi, bisogna riuscire a far funzionare l’esistente, quindi non bisogna fare un nuovo Consorzio di Tutela Vini, ma bisogna riuscire a far funzionare quello che c’è.

A me qualcuno chiede: “Ho già tanto lavoro, posso stare in piedi se faccio l’agricoltore e basta?” e io gli rispondo: “No, a meno che tu non faccia parte di un sistema, di un’associazione, di un consorzio dove qualcun altro si occupi di quello che viene dopo la produzione.” I produttori di vino sono gli agricoltori che per primi hanno imparato ad essere imprenditori agricoli creando un rapporto con il consumatore, ma bisogna allargare questo concetto ed estenderlo a tutta la produzione agricola.

Un’ultima riflessione prima di salutarci?
Il nostro territorio è principalmente un territorio agrario, bisogna svilupparlo in questa direzione. Non abbiamo le caratteristiche di un luogo turistico, se non in funzione delle produzioni tipiche dell’agroalimentare, i nostri vini, i salumi, la cucina sono gli elementi che portano qui le persone per turismo. Ma chi vive qui deve prima di tutto lavorare qui. In provincia si è investito troppo sulle seconde case, bisogna tornare a vivere nelle nostre terre e a lavorarle, è chi lavora che costruisce e potendo lavorare qui anche i nostri territori agricoli possono tornare a vivere.