Gutturnio: un’occasione da non perdere

Dopo tanto scrivere sui vini di questi colli, mi permetto di scrivere di me, del mio difficile rapporto con il re dei vini di questa terra piacentina, il Gutturnio.

Vent’anni fa arrivai in Val Luretta e a me, nato e cresciuto a barbera piemontese, risultava difficile questo vino rosso con le bollicine. Difficile e allo stesso affascinante.

Le giuste durezze della barbera, mediate dai tannini e dal frutto della bonarda, mi facevano intravedere, nelle bottiglie più belle, la possibilità di un vino deciso, schietto e diverso. Lentamente con il trascorrere degli anni, il mio gusto è cambiato e nel contempo sono cambiati in meglio i vini dei colli piacentini.

Dalla nascita di vinipiacentini.net i miei assaggi si sono moltiplicati, e con essi la conoscenza del gutturnio. Mi sento tranquillamente di dire che è sulla tipicità che possiamo vincere la scommessa di questo meraviglioso uvaggio, tipicità che esiste ed è sempre esistita. Basta non fermarsi alla realtà commerciale, ma andare alle radici assaggiando anche i vini da lungo invecchiamento che producevano per autoconsumo i contadini locali. Queste poche bottiglie sono sempre esistite ed erano riservate alle grandi occasioni o come medicina destinata ai convalescenti. Bottiglie che sanno evolvere nel tempo, che tranquillamente raggiungono ed oltrepassano il decennio di cantina.

La ricetta è semplice: un’ottima annata, l’uva migliore della vigna migliore, una macerazione prolungata e tanto tempo, prima in legno o cemento poi in bottiglia. Riprendere questa semplice ricetta penso sia l’unica strada percorribile.

Troppe bottiglie assaggiate cedono a tentantazioni internazionaliste, smussando gli angoli tipici del gutturnio con vinificazioni “bizzarre” o peggio con l’aggiunta di uve alloctone. Barrique nuove al 200%, acidità molto basse, surmaturazione delle uve e sovraestrazione degli antociani. Quello che ne esce è magari un ottimo vino, ma permettemelo non è gutturnio. Manca di quella finezza contadina, di quella sottile eleganza che rendono facile ed appagante la beva.

Basilare anche il fattore tempo, l’affinamento sia in botte che in bottiglia. Troppe etichette vengono messe in commercio troppo acerbe, a volte basta un anno in più di cantina per tramutare un vino “difficile” in una gran bella bottiglia. Questo parlando di vini riserva, mentre per le vinificazioni più semplici, frizzanti e fermi d’annata possono bastare alcuni mesi di vetro.

Trovo che uscire sempre più presto con le nuove annate sia controproducente per il nostro vino, specialmente se queste bottiglie vengono acquistate e bevute da chi non conosce la tipologia. Trovare vini non pronti fa destistere da nuovi acquisti.

Tocco l’ultimo punto, i cosidetti vitigni migliorativi. Possono, a volte, migliorare le caratteristiche gustative del vino mutandolo profondamente. Ma questo vino è ancora Gutturnio, o si appiattisce e assomiglia a qualunque blend senza identità territoriale? Non sarebbe meglio chiamare questi nuovi tagli con il loro nome? Le strade ci sono, IGT, vino da tavola. Strade praticabili, linde e pulite, così come mi piacerebbe restasse linda e pulita la grande tradizione del re dei vini dei colli piacentini.

Articolo di Paolo Rusconi