Gli effetti dei cambiamenti climatici sulla vitivinicoltura piacentina – incontro con il Prof. Roberto Miravalle

Da più parti emerge la questione del cambiamento dei vini prodotti in Italia dovuto al cambiamento climatico in corso. Vini con grado alcolico più elevato e maggiore struttura che risultano a volte difficili da consumare a pasto quotidianamente. Questo aumento dei gradi alcolici è tanto più sentito come problema nel piacentino dove tradizionalmente si producono vini frizzanti.

L’anno scorso abbiamo parlato di questa questione con il Prof. Roberto Miravalle, agronomo e tutore del Master di Viticoltura e enologia preso la Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Milano.

Roberto MiravalleR. Miravalle: L’innalzamento delle temperature nel piacentino ha portato ad avere vini da pasto troppo alcolici, conseguenza è ovviamente che se beve meno e se ne compra meno. Sono proprio quei produttori che hanno sempre lavorato bene in vigna che stanno sentendo il bisogno di modificare il proprio lavoro per ottenere vini davvero interessanti. Per contro, chi aveva vigneti impiantati in luoghi poco soleggiati sta riuscendo a fare vini più equilibrati.

Il problema principale riguarda il tempo di maturazione delle uve: la maturazione troppo rapida con il sole d’agosto toglie complessità e grazia ai vini e questo è un problema che stiamo riscontrando in tutta Italia.

Non si tratta però solo di troppo caldo. I cambiamenti climatici in corso ci mettono in grande difficoltà perché si verificano condizioni imprevedibili in tutti i sensi: la radiazione a terra del 2007 non era mai stata registrata prima, la pioggia del maggio 2008 non si era vista in 200 anni!

Vinipiacentini.net: Come comportarsi allora di fronte a questi cambiamenti?

R. Miravalle: Una dovuta premessa è che in questo momento storico siamo soffocati dalle leggi ed è difficile prevedere un cambiameto spontaneo come poteva avvenire 20/30 anni fa. Di fronte a questi cambiamenti si prevede che la coltivazione della vite in provicina di Piacenza possa salire un po’ di altitudine. A livello aziendale invece si possono prevedere impianti più resistenti agli stress, portainnesti resistenti alla siccità (quindi diversi da quelli usati oggi che pensati per adattarsi a terreni bagnati), densità d’impianto attorno alle 4000 viti perché piante più piccole possono resistere meglio agli stress.

Vinipiacentini.net: Bisogna quindi ripensare gli impianti?

R. Miravalle: Si, ma è una tendenza debole. Dovrebbe poi svilupparsi una precision farming: ottimizzare l’espressione del vitigno nell’ambiente. La scuola migliore è stata quella piemontese: scegliere il vitigno giusto rispetto al vigneto Qui abbiamo tutti impianti a Rittochino per agevolare il passaggio delle macchine, ma questo da anche problemi di erosione: se ho un filare di Barbera lungo 300 metri non avrà la stessa qualità in alto e in basso… Se non avessimo tutte queste leggi potremmo fare una buona ecologia aziendale, piantare le uve giuste per il pezzo di terra anche piccolo, ad esempio piantare uve bianche a fondo valle…

Vinipiacentini.net: Quindi lei consiglia di avere sistemi e vitigni tolleranti allo stress e una buona ecologia del territorio, come si fa?

R. Miravalle: Con una zonazione attenta. Ne abbiamo alcuni esempi in Italia portati avanti anche da grandi cantine, una di queste è La Vis, un gruppo costituito da sei cantine sociali in Trentino Alto Adige che hanno fatto una zonazione molto rigida delle zone da cui possono essere conferite determinate uve.

Applicandolo al piacentino potremmo pensare di dare indicazioni per la collocazione degli impianti, ad esempio l’Ortrugo solo a mezza collina, la Barbera non a fondo valle, etc…

Per lo sviluppo dei territori è inoltre importante la presenza di scuole. A Piacenza abbiamo la fortuna di avere un istituto di viticoltura molto importante, manca una scuola di enologia che sappia fare cultura del vino sul territorio. Qui manca ad esempio la cultura di mettere via il vino: svendere oggi un 2003 quando tra qualche anno si potrebbe vendere al giusto prezzo è un peccato… Bisogna imparare a lavorare con questi “vini del cambiamento climatico” ad esempio un po’ di tempo in legno gli può donare finezza, non sono più vini immediati.

Avere delle bottiglie vecchie permetterebbe inoltre di fare delle verticali e di osservare le capacità evolutive di un vino. E anche questo è un passaggio importante per costruire una cultura del vino.

Vinipiacentini.net: Quanto incide la varietà del vitigno sui “vini del cambiamento climatico”?

R. Miravalle: Bisogna imparare a trattare ogni vitigno per quello che è. Ad esempio Barbera e Bonarda sono vitigni molto diversi l’uno dall’altro. Esistono anche altri vitigni che si possono impiegare per dare eleganza al nostro uvaggio tradizionale, il disciplinare della DOC Colli Piacentini riguardo al gutturnio ad esempio è troppo restrittiva. L’identità territoriale di un vino non è data solo dai vitigni, ma dal terroir nel suo senso più ampio, una volta i vini rossi piacentini erano più complessi, derivavano da miscele di diverse uve, non solo dall’uvaggio del 60% di Barbera e del 40% di Bonarda. L’attuale impoverimento è dovuto forse anche alla selezione clonale, il barbera è cambiato molto nel tempo e ha cambiato anche il vino. In assoluto è molto utile perché da viti sane, ma le prime selezioni sono state fatte alla ricerca del clone perfetto, si cercava di andare sul limite estremo: da’ questa frutta bellissima ma il vino che ottieni è diverso dall’individuo medio. I virologi vogliono togliere qualunque malattia, noi agronomi accettiamo anche i virus non dannosi.

Il clone perfetto va bene per la nuova viticoltura internazionale, ma noi abbiamo un problema storico di sensorialità del vino e dobbiamo recuperare il varietale. Le vecchie vigne di barbera avevano foglie a 5 lobi, non la foglia intera come adesso, nelle vigne di oggi il frutto non è equilibrato, dobbiamo tornare indietro e si sta effettivamente tornando indietro. La varietà che in termini genetici è aperta, viene annullata dal clone. Le selezioni clonali sono fatte da organismi pubblici sul territorio e da 2 privati, il numero di cloni in commercio è certamente inferiore a quello delle varietà ancora presenti nei nostri vigneti, ma entro questi limiti si può comunque scegliere di impiantare vigneti policlonali. Questa varietà aiuta anche nel cambiamento climatico in corso perché ogni pianta reagisce in modo diverso alle condizioni climatiche.