Antichi vitigni piacentini

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La scoperta, la descrizione e la classificazione dei vitigni è un lavoro lungo, tant’è vero che ad oggi, dopo oltre trent’anni di lavoro nel piacentino, non può ancora dirsi concluso. L’ampelografia (o ampelologia) è la scienza che descrive e classifica la vite attraverso disegni e fotografie, ma anche attraverso analisi chimiche, bilogiche e genetiche e attraverso l’osservazione del “comportamento” della pianta nel tempo.

In quest’ambito si distinguono 4 diversi tipi di vitigni: vitigni internazionali, vitigni tradizionali, vitigni autoctoni (o vitigni tipici) e vitigni antichi. Facciamo questa distinzione perché alcuni vitigni autoctoni in provincia di Piacenza non sono mai scomparsi del tutto, sono sempre stati coltivati senza essere valorizzati, mentre ve ne sono altri di cui erano rimaste solo alcune piante qua e là e che hanno seriamente rischiato l’estinzione, questi ultimi vengono denominati antichi.

maurizio-zamboniSiamo andati a parlare di questo argomento con il Dott. Maurizio Zamboni, ricercatore e docente presso l’Istituto di Frutti-Viticoltura dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza che si occupa proprio di vitigni antichi, della lora scoperta e catalogazione. “Il recupero dei vitigni antichi è iniziato 25 anni fa con un primo progetto del ministero che si accorto che il patrimonio delle varietà si stava erodendo. Il primo salvataggio è andato male, poi c’è stato un secondo progetto mirato alla costruzione di collezioni di vitigni in tutt’Italia. Questo sta andando avanti e sembra portare buoni risultati. L’intera idea del recupero è nata con un punto di vista scientifico e sperimentale: un ricercatore deve, per propria indole e quasi per missione, trovarle e conservarle. Poi si può vedere se qualche specie può risultare interessante anche per l’uso.” Così racconta il dott. Zamboni, e continua: “La prima collezione varietale del piacentino fu costituita dal Prof. Fregoni presso l’azienda vitivinicola Vigevani ad Ancarano. In seguito, nel 1992, otto ceppi ad uva bianca e sette ad uva rossa sono stati propagati e messi a dimora presso l’Azienda La Quercia Verde a Cortina di Alseno. Ma sono tanti gli agricoltori e le aziende che hanno aiutato e stanno aiutando in questo lavoro, la loro collaborazione è fondamentale anche perché tutto questo viene realizzato solo con i pochi fondi dell’Istituto di Frutti-viticoltura dell’Università.”

verdea-grappoloPer poter essere usate come uve da tavola o per vinificare, i nuovi vitigni devono essere iscritti nel Registro regionale delle Varietà di vite raccomandate ed autorizzate, questo registro viene redatto per ogni provincia e perché venga introdotto un nuovo vitigno occorre dimostrare che questo viene usato da almeno cinque anni e fornirne la relativa scheda ampelografica. Le uve raccomandate sono quelle che sulla carta vengono ritenute più adatte all’uso, la coltivazione e l’uso delle uve autorizzate è comunque permessa. Tra i vitigni autoctoni o tipici attualmente per la provincia di Piacenza sono raccomandati solo il Beverdino, la Malvasia di Candia aromatica e l’Ortrugo, sono autorizzati invece i seguenti: Ervi, Fortana (o Fruttano), Malvasia Rosa, Marsanne, Melara, Santa Maria e Verdea.

E qui entra un ultimo discorso: tra i vitigni cosiddetti autoctoni rientrano anche quelli ottenuti per clonazione e mutazione di altre varietà. Nel piacentino sono nate con questo processo la Malvasia Rosa (selezionata da una mutazione della Malvasia di Candia aromatica nel 1967 in Val Nure a cura dello staff del Prof. Fregoni) e l’Ervi, un incrocio tra Barbera e Croatina (Bonarda) ottenuto nel 1970 presso l’azienda del Prof. Giovanni Vitali di Montalbo per il miglioramento qualitativo del Gutturnio.

Come prima tappa concludiamo qui il discorso ma lo approfondiremo con schede sui vitigni autoctoni piacentini e con altri articoli e incontri su vitigni specifici.